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<< Domande frequenti categorie
| [1] il kumite ( combattimento) |
Risposta: Il kumite è il combattimento vero e proprio, un'attività nella quale due avversari si attaccano e difendono vicendevolmente utilizzando le tecniche del karate.
Per capire meglio di cosa si tratta, è necessario preliminarmente fare alcune distinzioni. In prima approssimazione distinguiamo il combattimento formale o convenzionale da quello libero, e questi dal combattimento sportivo.
Il combattimento formale o convenzionale
Questo tipo di combattimento necessita di un controllo costante delle tecniche poiché l'attacco deve bloccarsi ad una distanza compresa tra tre e gli zero centimetri dall'avversario e tuttavia deve essere praticato con il kime.
Kime si può tradurre come "decisione estrema", cioè l'espressione dell'efficacia massima delle tecniche corporee. Due nozioni sono racchiuse all'interno di quella di kime: quella di perfezione estrema e quella di grado di forza elevato fino al limite.
I due avversari allora elaborano alternativamente l'attacco e la difesa.
Esistono tre forme abituali di combattimento convenzionale:
Kion kumite,
Consiste in un attacco e una parata semplici scelti fra le tecniche di base e predeterminati, ripetuti da tre a cinque volte.
A seconda del numero di passi (ripetizioni) si avranno:
Gohon Ippon Kumite: combattimento fondamentale a cinque passi in cui i due atleti si dispongono frontalmente alla distanza di un pugno, uno dei due partendo dalla posizione di guardia (kamae) esegue gli attacchi facendo cinque passi avanti mentre l'altro effettua cinque parate arretrando ed infine contrattacca sul posto con un pugno a livello medio (chudan giaku zuki).
Sanbon Ippon Kumite: combattimento fondamentale a tre passi in cui i due atleti sono sempre disposti frontalmente alla distanza di un pugno, uno dei due attacca facendo tre passi avanti e l'altro arretra facendo tre parate ed infine contrattacca sul posto.
Esempio: attacco pugno alto (oitzuki jodan) - parata alta (age uke);
attacco pugno medio (oitzuki chudan) - parata a livello medio (soto uke);
attacco calcio frontale (maegeri) - parata bassa (gedan barai) e contrattacco pugno medio (chudan gyaku tzuki).
In questo tipo di combattimento si impara la concordanza delle cadenze che è il livello più elementare, allenandola in modo ripetitivo e inoltre si imparano a valutare i concetti di "distanza" e di "intervallo di tempo".
Kihon Ippon Kumite
Consiste in un attacco predeterminato con parata e contrattacco liberi, eseguito una sola volta e applicando un'ampia gamma di tecniche nella loro forma più pura. I due momenti essenziali sono l'attacco e il contrattacco; bloccaggi e schivate servono per impostare nel modo migliore i contrattacchi, non sono cioè importanti di per sé, ma mirano a creare nell'avversario un momento di vulnerabilità durante il quale potrà aver luogo il contrattacco.
In questa forma di combattimento si esercita la percezione degli intervalli di tempo esercitandosi con tecniche sempre varie e non sempre prevedibili. Nel corso dell'addestramento i combattimenti non superano la portata limite e mantengono una distanza di sicurezza, il cui margine però è assai esiguo.
Jyu Ippon Kumite
Si tratta di un attacco con parata e contrattacco. Qui il primo attacco può essere predeterminato o libero; bloccaggio schivata e contrattacchi sono invece sempre liberi. La distanza di sicurezza viene superata dai combattenti che però rimangono obbligati a controllare gli attacchi e a fare in modo di evitare la parata dell'avversario. La tensione con la quale lavorano i due avversari è altissima tanto da avvicinarla molto a quella di un combattimento reale. Quando l'avversario attacca con determinazione e con una tensione molto elevata, è necessario che la reazione abbia una tensione almeno pari alla prima. Allo stesso livello di tensione dei due avversari, svolge allora un ruolo determinante la tecnica.
Con il combattimento tradizionale si esercita l'abilità di valutazione della distanza e del ritmo in funzione dell'avversario in situazioni diverse.
Il combattimento libero
Nel combattimento libero tradizionale gli avversari lavorano controllando gli attacchi, lo fanno liberamente seppur nel rispetto di certe convenzioni perché comunque non si tratta di un combattimento reale.
Nel combattimento, libero occorre in primo luogo perfezionare la capacità di controllo, la percezione dei movimenti e la percezione degli attacchi dell'avversario.
Nel combattimento libero si cerca di integrare la valutazione della distanza con la scelta di tempo e ritmo di esecuzione nella totalità delle tecniche pur restando all'interno della convenzione.
Le abilità che si esercitano, consentono di arrivare alla vittoria, da una parte individuando i momenti di vuoto dell'avversario, e dall'altra valutando correttamente sia la distanza che il tempo di esecuzione insieme alla percezione degli istanti di pericolo e di sicurezza.
Nel karate gli istanti di sicurezza sono quelli in cui la mano o il piede di un avversario non ci toccano anche se si trovano a distanza molto ravvicinata, e questa è un'analogia rispetto al combattimento con la sciabola.
La valutazione rigorosa ed esatta della distanza spaziale e temporale come l'assimilazione e la padronanza dei diversi ritmi sono gli obiettivi da svilupparsi nel metodo di progresso.
"L'obiettivo sarà allora quello di acquisire una maturità della propria coscienza che consenta di esistere più intensamente nel tempo e nei gesti del combattimento".
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| [2] STILI DI KARATE |
Risposta: Come già accennato parlando dell'evoluzione storica, il karate nel corso degli anni ha subito mutamenti e scissioni fra le scuole per motivi politici. Si possono riconoscere due aree principali: shorin (area dura) e shorei (area morbida). Dell'area shorei, fanno parte lo stile shitoryu (caratterizzato dalla respirazione moderata), e lo stile gojuryu (caratterizzato da posizioni o ridotte o esasperate e dalla respirazione forte e accentuata). Dell'area shorin, fanno invece parte lo stile wadoryu e il più famoso e diffuso a livello mondiale stile shotokan. Dallo shotokan, hanno poi preso vita una decina di stili minori:shotokay,shotojkm, ecc…. Ai giorni nostri gli stili più conosciuti principali sono: shito, goju, wado, shotokane shorin ryu
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| [3] che cosa sono i KATA? |
Risposta:
Nell'articolo sul karate si sono definiti i kata come sequenze di gesti formalizzati e codificati che simulano combattimenti contro avversari immaginari. In realtà per comprendere appieno il significato dei kata è necessario darne una definizione più generale: "gesti formalizzati e codificati, alla cui base sta uno stato di spirito orientato alla realizzazione del do (via)" (Kenji Tokitsu).
Infatti il kata conferisce una struttura a molte discipline giapponesi che hanno in comune la ricerca del do, non solo arti marziali (karate, kendo, judo) dove effettivamente portano il nome Kata, ma anche altre arti tradizionali come il sado (cerimonia del tè), lo shodo (calligrafia), il kado (composizioni floreali) e ancora teatro e danza classica giapponese.
Queste discipline hanno in comune la realizzazione del kata in una perfetta sincronizzazione delle tecniche gestuali formalizzate, con lo stato spirituale. L'obiettivo è la perfetta fusione gestuale e psichica, e per raggiungerlo è necessario un lungo esercizio di perfezionamento.
Nel karate il kata è sempre la trasposizione codificata di un combattimento reale tra più avversari: le situazioni possono essere le più varie e di volta in volta si utilizzano tecniche di attacco o di difesa in risposta ai presunti movimenti degli avversari. Non essendo creazione di un unico maestro, i kata derivano dall'esperienza accumulata nel corso di molte generazioni. Nonostante la forma ci sia perfettamente nota, a volte il significato rimane incerto.
A ogni tecnica gli allievi possono dare l'interpretazione che più sembra loro verosimile, si presume infatti che ogni karateka individui da solo il significato dei gesti che compie in funzione del proprio progresso personale.
Si suppone addirittura che in passato le forme siano state volontariamente deformate per riservare il sapere ai soli discepoli che fossero al corrente di tali alterazioni. Si comprenderebbe perché i gesti abbiano continuato ad essere trasmessi, mentre si sia ormai perduta la maggior parte delle spiegazioni.
Non esistono quindi attualmente interpretazioni sicure, e i karateki di un certo livello interpretano i kata alla luce della propria esperienza.
Esecuzione
Sono dieci gli elementi fondamentali nell'esecuzione del kata:
Lo stato mentale (yo no kisin) è uno stato di massima concentrazione, la stessa concentrazione di un individuo nel momento in cui si sente attaccato;
L'attivo e il passivo (inyo) il karateka deve ricordarsi sempre le situazioni di attacco e difesa;
La forza (chiara no kiojanku) il modo di usare e dosare forza e potenza in ogni momento del kata e in ogni posizione;
La velocità (waza no kankiu) da graduare in base al tipo di tecnica e alla posizione;
La contrazione (taino shin shoku) il grado di contrazione ed espansione del corpo in ogni tecnica e posizione;
La respirazione (kokiu) il controllo della respirazione deve essere sempre in perfetta sintonia con i movimenti del kata; è fondamentale che sia eseguita correttamente;
Il significato (tyakugan) per rendere realistico il kata, ogni tecnica deve essere eseguita come se effettivamente si stesse combattendo, il significato va ricordato in ogni movimento visualizzandolo mentalmente;
Unione di corpo e mente (kiai) è un "urlo" eseguito in punti prestabiliti del kata. Si tratta più precisamente di un'emissione vocale data dalla contrazione della parete addominale e conseguente pressione sul diaframma con simultanea fuoriuscita di aria dalla bocca;
La posizione (keitai no hoji) si riferisce alla corretta posizione da tenersi in ogni tecnica del kata. Eseguire posizioni sempre uguali e corrette permette di iniziare e concludere il kata nello stesso punto (enbusen);
La guardia (zanshin) restare nella posizione di guardia appena terminato il kata permette di conservare lo stato di allerta tipico. Dopo aver ottenuto un perfetto zanshin, ci si rilassa e poi si effettua il saluto (rei).
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| [4] CHE SIGNIFICA KARATE? |
Risposta: KARATE
E’ ORIGINARIO DELL’OKINAWA. IL SIGNIFICATO DEL SUO NOME È INCERTO: PER QUALCUNO SIGNIFICA "MODO CINESE", PER ALTRI "MANO NUDA" (=SENZA ARMI). NASCE PROBABILMENTE DA DEI CINESI CHE PRATICAVANO I VARI STILI DEL KUNG-FU E CHE LO MESCOLARONO A DIVERSE MOSSE MOLTO SEMPLICI E DIRETTE, TIPICHE DEL LUOGO. LA SUA SISTEMAZIONE DEFINITIVA SI HA NEL SECOLO SCORSO, AD OPERA DI GIKIN FUNIKOSHI. EGLI FA NASCERE IL MODERNO KARATÈ, INTRODUCENDOLO IN GIAPPONE DA DOVE È DIVENUTO FAMOSO IN TUTTO IL MONDO. SI OSSERVANO DUE TIPI DI KARATÈ: QUELLO DI OKINAWA, MOLTO PESANTE, DURO, DIRETTO, "ESTERNO". NELL’ATTACCO TENDE AD ESSERE LINEARE, NELLA DIFESA CIRCOLARE. IL KARATÈ GIAPPONESE È PIÙ STILIZZATO, MENO DURO. ENTRAMBI SONO UN OTTIMO ESEMPIO DI UN’ARTE MARZIALE CHE SERVE ALTRETTANTO PER L’ATTACCO COME PER LA DIFESA. L’ESERCIZIO SI BASA SULLA RIPETIZIONE CONTINUA DI CERTE TECNICHE E DI CERTE FORME (CHIAMATE "KATA") CHE COSTITUISCONO DEI MOVIMENTI PREORDINATI DI DIFESA OD ATTACCO. I PRINCIPALI SOTTO-STILI DEL KARATÈ DI OKINAWA CON HUEKI-RYU, GOJU-RJU, SHORIN-RYU, HISSIN RYU. QUELLI DEL KARATÈ GIAPPONESE SONO SHOTOKAN, SHITO-RYU E WADO-RYU.
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| [5] SHORIN-RYU KYUDOKAN |
Risposta: E' uno stile di karate che si richiama alle antiche origini delle arti marziali a mani nude praticate presso il castello di Shuri in Okinawa. L'anima del karate è proprio in quella striscia di terra della forma di una corda gettata nell'acqua, secondo la traduzione letterale del termine "Okinawa", che dista dalla costa cinese circa 740 km. e fa arcipelago Ryu-Kyu o in cinese Liu Chiu. In quest'isola flagellata da tempeste e tifoni, chi viene chiamato bushi, non è un anacronistico guerriero o samurai, ma è colui che ha trovato il "modo giusto di vivere", e con il karate ha raggiunto la pace.
Ad Okinawa il nome della "famiglia Higa" è legato al karate, in special modo allo Shorin-Ryu. Capostipite di questa famiglia, indissolubilmente connessa alla scuola del pino flessibile,è stato "Yuchoku Higa", il fondatore della ns. scuola. Fu uno degli ultimi 10° dan recentemente scomparsi. Lo chiamavono il "pugno di Okinawa" (Yuchoku no tijikun), per la micidiale potenza del suo tsuki, e, durante l'insegnamento, amava ripetere "Kyudo Mugen": lo studio della via non ha mai fine. Questo metodo è una personalizzazione di cio' che Yuchoku ha appreso dal grande maestro "Chosin Chibana", fondatore del Kobayashi Ryu.
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| [6] A CHE ETA' SI PUO' INIZIARE LA PRATICA DEL KARATE |
Risposta: Si può iniziare la pratica del karate a qualunque età. Dai sei a settant'anni ogni momento è buono. La pratica di questa disciplina può infatti recare beneficio a tutti senza distinzione di età e di sesso. I bambini e i ragazzi diventano più agili, robusti e trovano il giusto equilibrio psichico: alcuni, nell'esercizio scaricano la loro aggressività mentre i timidi diventano più decisi.
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[7] quando è nata la prima forma di combattimento?
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Risposta: Il karate tradizionalmente tracciò la sua origine dal monaco buddista indiano di nome Damura Daishi ( Bodhidharma “ Tamo in cinese”), il fondatore del Buddismo Zen. Ci sono pochi argomenti storici che generano così tanti dibattiti e confusione come la natura della realtà Shaolin. In effetti la maggioranza di questi Templi è andata distrutta, poi sono stati ricostruiti; è quindi molto difficile stabilire con prove storiche la tradizione orale cinese. Ad ogni modo oggi si data l’ordine Shaolin circa 540 ac. Bodhidharma, all’origine di questa nuova corrente di pensiero, inventò serie di movimenti basati sui movimenti naturali degli animali.
Egli effettuò un lungo percorso dall’India sino alla Cina allo scopo di insegnarvi il buddismo e per incontrare l’imperatore. Nello stesso periodo l’Imperatore cercò i primi monaci buddisti ( Tao Zen ) per tradurre i testi buddisti dal Sanscrito al Cinese, affinché la popolazione potesse praticare questa religione. Era un nobile progetto, ma a quel tempo l’imperatore credette che questo dovesse essere il suo cammino per il Nirvana, Bodhidharma lo disapprovava. Bodhidharma sostenne che non era possibile raggiungere questo obiettivo attraverso le buone azioni degli altri, persino quelle effettuate in suo nome. A partire da questo momento, a causa di questa discrepanza di idee l’imperatore cinese ed il Bodhidharma chiusero ogni contatto.Ma fu in quest’ultimo viaggio, in prossimità dei templi buddisti, che il Bodhidharma volle incontrare gli stessi che tradussero i testi. Il tempio fu costruito anni prima nei resti di una foresta che fu distrutta col fuoco.
I più importanti Templi Shaolin
Al tempo della costruzione del tempio, i giardinieri dell'Imperatore piantarono anche nuovi alberi. Così il tempio fu chiamato "giovane (o nuova) foresta" (Shaolin in Mandarino, Sil Lum in Cantonese). Quando il Bodhidharma arrivò in prossimità del Tempio, i monaci vedendo arrivare un membro ufficiale di un monastero straniero, gli impedirono di entrare e lo confinarono in una caverna. Qui il Bodhidharma meditò fino a quando i monaci, rendendosi conto della validità della sua religione, cominciarono ad ammirarlo. La leggenda dice che egli forò un lato della caverna con il suo sguardo fisso. Inoltre durante questo periodo di meditazione vi fu un momento in cui fallì nel suo scopo e si mise a dormire. Decise così di tagliarsi le palpebre, affinché questa cosa non si ripetesse. Le palpebre cadendo al suolo generarono un albero sacro in Cina, con le foglie a forma di palpebra.
Quando il Bodhidharma, riunì i monaci, si rese conto che quest’ultimi non erano più in buone condizioni fisiche; trascorrevano la maggior parte della sua vita sui tavoli a trascrivere dei manoscritti. I monaci Shaolin mancavano di preparazione fisica e mentale necessaria alla pratica dei basilari esercizi di meditazione buddista.Bodhidharma volle sopperire a questa loro debolezza, insegnando loro una serie una serie di movimenti destinati a sviluppare le loro forze fisiche.
Questi esercizi di Yoga indiano erano basati sui movimenti dei diciotto animali dell’iconografia indo-cinese. Questi erano le prime fondamenta del Kung-Fu Shaolin.Questi esercizi, basati sui movimenti naturali degli animali, verranno poi sviluppati in un sistema reali d’arti marziali, il Shorinji Kempo. Il Bodhidharma insegnò questi esercizi ai monaci del monastero Shaolin-Szu. Si dice che la disciplina religiosa nei templi fosse così rigida che era necessario far ricorso a tutta la propria forza mentale e resistenza psicofisica per sopportare l’aspra vita all’interno del tempio. Questi esercizi fisici, col trascorrere del tempo, sono stati praticati regolarmente dai monaci e utilizzati come autodifesa. Più tardi questa metodologia di formazione, di sviluppo mentale e fisico, venne modificata e completata, poi divenuto quello che noi chiamiamo “Metodo di combattimento Shaolin”. Quest’arte in seguito venne diffusa in tutta la Cina sviluppandola in parecchie scuole e le fu dato il nome collettivo di “Ch’uan-Fa” ( Kung Fu ).E’ difficile dire in maniera precisa quando questi esercizi divennero delle arti marziali. Probabilmente la parte marziale si è dovuta sviluppare in seguito ad una necessità di autodifesa.
In effetti il tempio Shaolin era situato in un luogo ritirato dove occasionalmente i banditi e gli animali selvaggi creavano problemi. Qualche tempo dopo questi movimenti furono codificati in un sistema di autodifesa vero e proprio. Con il passar del tempo, questa setta buddista divenne sempre più distinta man mano che le arti marziali venivano studiate. Questo non vuol dire che Tamo "inventò" le arti marziali. Le arti marziali esistevano in Cina da secoli. Ma dentro i confini del tempio, era possibile sviluppare e codificare queste arti marziali in nuovi e differenti stili che sarebbero diventati ovviamente Shaolin. Uno dei problemi posti da molti storici occidentali è la supposta contraddizione del principio buddista della non violenza con la leggendaria abilità Shaolin nelle arti marziali.
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| [8] IL KARATE PUO ESSERE PRATICATO ANCHE DALLE DONNE? |
Risposta: bassi, ai grassi e ai magri, ai biondi e ai bruni, agli uomini e alle donne, e che quello che conta di più è la disposizione interiore. Durante l'allenamento nessuno pensa di avere di fronte un uomo o una donna e le donne non hanno indulgenze in considerazione della propria natura (è pur vero che talvolta lo sguardo scivola tremebondo nella scollatura del karategi, ma è umano): si annullano le differenze perché dì fronte si hanno solo un corpo e un cervello con una propria intelligenza e capacità di controllare il corpo e dosarne la forza.
" Pregiudizi infondati, che condannano
arti marziali a pura esibizione di forza bruta, e un condizionamento culturale che ci fa distinguere tra "cose da uomini" e "cose da donne", tengono ancora lontane molte donne dal Karate. Le arti marziali sono, secondo un'opinione corrente, poco adatte alla natura delicata delle donne. Il sesso debole.
Oppure se ne esalta il solo valore di autodifesa, che pure è indubbio, ma non è tutto, perché così si trascurano i principi fondamentali che ispirano tutte le arti marziali.
Al Karate non interessano i muscoli perché innanzi tutto si tratta di una disciplina di pensiero:
"Vincere senza combattere", questo è l'ideale del Karate. L'assoluta mancanza di paura che deriva dalla fiducia in se stessi, accompagnata dalla calma, spiazzando l'avversario e rendendo inutile ogni esibizione di forza.
La pratica assidua del Karate costringe ognuno, prima o poi, a fare i conti con se stesso: chiunque avverte lo stretto legame tra corpo e anima, il vincolo causale tra i movimenti del corpo e la propria personalità.
A quel punto si può decidere se indirizzarsi freddamente al più puro tecnicismo, oppure afferrare l'occasione di conoscere se stessi. Praticare il Karate è innanzi tutto spogliarsi del vissuto quotidiano - pregiudizi, maschere, ansie - e farsi ricetto dell'insegnamento impartito con semplicità, noi stessi e basta, con i nostri difetti e qualità.
uscire allo scoperto la parte più nascosta di noi stessi, poi, insieme al rigore dell'esecuzione, la gioia dell'accertarci come siamo.
Non esiste competizione nel Karate, se non quella sana di ciascuno con se stesso per migliorarsi e superare i propri limiti. Nell'eseguire le tecniche si avverte prima la lotta del nostro essere per non fare
È' importante credere nelle proprie capacità, senza ostentazione, ed avere in mente che il primo avversario è dentro di noi. È facile dedurre che il Karate è adatto agli alti e ai
In altre parole, si realizza nel Karate quella parità rispettosa delle differenze , tanto ricercata nella vita quotidiana, perché tutti seguono la stessa meta, l'allenamento del corpo e della mente, ciascuno facendosi forte delle proprie debolezze, come il Maestro del tè della tradizione Zen che affrontò e vinse a duello il Samurai opponendogli non la spada ma la tranquilla consapevolezza della propria fragilità. Una donna che sceglie il Karate non crede di avere i
bicipiti e i denti di Tyson e non vuole dimostrare di essere un uomo.
Certamente provvede solerte al proprio aspetto, ma ciò di cui ha più cura è il suo cervello e non smette mai di migliorarsi.
Vive la sua femminilità semplicemente, senza bisogno di dimostrarla e vuole essere giudicata per quello che fa e che dice, per le sue potenzialità e capacità, perché in lei la forma si è fatta contenuto. Non si sente ne sottomessa, ne superiore all'uomo, ma si giudica e giudica gli altri come mèmbri della stessa specie animale, operanti nello stesso ambiente.
E il Karate diventa così prefigurazione della vita umana ideale.
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[9] Ciò che è bene sapere sul Karate-do Tradizionale SHORIN RYU KYUDOKAN
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Risposta: E' UN'ARTE IN CUI SI INSEGNANO, ATTRAVERSO PROGRAMMI BEN PRECISI E GRADUALI, LE TECNICHE FONDAMENTALI DI AUTODIFESA E LE LORO APPLICAZIONI;
E' ALLA PORTATA DI TUTTI, DAI CINQUE ANNI IN POI;
L'AUTODIFESA PRATICATA CON IL KARATE-DO TRADIZIONALE SHORIN RYU NON E' BASATA SULL'ESALTAZIONE DELLA FORZA FISICA, MA SULLA MASSIMA VALORIZZAZIONE DELLE CAPACITA' SIA FISICHE CHE MENTALI PRESENTI IN OGNUNO DI NOI;
E' UN'ARTE ANTICA, TRAMANDATA DA SECOLI, DA MAESTRO A MAESTRO FINO AI NOSTRI GIORNI;
E' FORMATIVO ED EDUCATIVO E CONSIGLIATO PER PROBLEMI DI POSTURA, SCOLIOSI, DORSO CURVO ECC.
E' PRATICATO ED INSEGNATO DA MAESTRI CHE FANNO CAPO AD ORGANIZZAZIONI A LIVELLO NAZIONALE LA O.I.K.K.O. (ORGANIZZAZIONE ITALIANA
KARATE-DO KYUDOKAN DI OKINAWA) E INTERNAZIONALE LA WORLD KYUDOKAN KARATE-DO FEDERATION (OKINAWA - JAPAN). PRESIDENTE E D.T.: M° OSCAR HIGA , 9° DAN HANSHI).
UNA DISCIPLINA CHE INSEGNA IL RISPETTO VERSO GLI ALTRI E VERSO SE STESSI. LO STUDIO DELLE TECNICHE NON HA COME FINE IL VINCERE O IL PREVALERE AGONISTICAMENTE, MA LO SVILUPPO E L'UTILIZZO DELLE PROPRIE POTENZIALITA' SIA FISICHE CHE MENTALI IN ARMONIA CON I PROPRI COMPAGNI.
L'ALLENAMENTO CONTINUO E COSCIENZIOSO CONFERISCE AL CORPO VIGORE, ELASTICITA' E BENESSERE.
RENDE CONSAPEVOLI DELLE PROPRIE CAPACITA' FACILITANDO CON CIO' L'ACQUISIZIONE DI UNA MAGGIORE FIDUCIA IN SE STESSI.
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| [10] il karate da benefici? |
Risposta:
Al pari di altre arti marziali, il karate, è uno sport completo che coinvolge tutti i muscoli e le articolazioni del corpo. Per questa ragione è uno sport consigliato allo stesso modo per bambini, adolescenti e adulti, ai quali è offerta la possibilità di elevarsi, all'interno di questa disciplina, attraverso sette gradi culminanti nella cintura nera.
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| [11] inquante specialita e diviso il karate? |
Risposta: kata
kumite
Kata significa letteralmente "forma" o "stampo". Si tratta di sequenze composte da gesti formalizzati e codificati che simulano un combattimento contro avversari immaginari.
Il karate tradizionale prevede circa una quarantina di kata originali ai quali vengono ad aggiungersi delle varianti secondo gli stili.
La maggior parte di questi comporta una quantità di movimenti (tecniche) compresa tra i venti e i sessanta; si tratta di tecniche di attacco e parata sia con arti superiori che inferiori.
L'importanza del kata si comprende facilmente se si riflette sul fatto che nel corso dei secoli è stato il veicolo di trasmissione e comunicazione delle tecniche di combattimento elaborate.
Il kumite è il "combattimento", incontro fra due avversari utilizzando tecniche di braccia, gambe, gomiti e ginocchia.
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| [12] allenamento |
Risposta: Allenamento
Il karate è fra le attività sportive che richiedono maggior dispendio energetico.
Al pari di altre arti marziali è uno sport completo, infatti tutti i muscoli e le articolazioni del corpo vengono coinvolti durante l'esecuzione delle tecniche.
Kata e kumite prevedono diversi tipi di lavoro muscolare:
nel kata è prevalente l'aspetto isometrico;
nel kumite quello isotonico;
Per questo motivo, a seconda che si pratichi l'uno o l'altro, la metodologia d'allenamento sarà diversa.
È importante che tutti i muscoli del corpo siano adeguatamente preparati prima di incominciare la parte tecnica specifica: gambe, braccia, addominali e dorsali devono essere tenuti in continuo esercizio.
Altrettanto importante è la mobilità articolare, soprattutto per le articolazioni scapolo omerali e coxo femorali che condizionano l'ampiezza di tutti i movimenti.
Non esiste una metodologia di allenamento universale, gli esercizi dovranno essere adattati alle condizioni fisiche, agli obiettivi e all'età degli atleti.
Per quanto riguarda i bambini si privilegia l'aspetto ludico, proponendo esercizi con funzione propedeutica alle tecniche vere e proprie.
Per gli agonisti il lavoro sarà finalizzato invece al potenziamento fisico (resistenza, forza rapida, velocità e mobilità articolare) e al miglioramento tecnico e tattico.
Infine gli amatori lavoreranno prevalentemente sulla tecnica pur senza dimenticare il potenziamento fisico che chiaramente dovrà essere idoneo alle condizioni fisiche dei singoli.
Esempio di seduta d'allenamento di durata 1,5 ore 15 minuti di riscaldamento generale (corsa, saltelli, balzi, esercizi di coordinazione motoria ecc.);
15 minuti di potenziamento (scatti, salti, addominali, flessioni,dorsali ecc.);
15 minuti di allungamento muscolare (quadricipiti e tricipiti femorali, glutei e dorsali ecc) e esercizi per la mobilità articolare;
30-35 minuti di parte tecnica specifica;
10 minuti di defaticamento con esercizi di allungamento ed eventualmente massaggi.
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| [13] Attività agonistica |
Risposta: Nel karate sportivo è prevista l'attività agonistica nelle due specialità, kata e kumite.
Nelle gare di kata gli atleti si misurano nell'esecuzione delle forme e vengono valutati in base all'espressività, la potenza, la chiusura e il ritmo delle tecniche. A ogni atleta viene assegnato un punteggio, il vincitore è colui che ottiene il punteggio più alto, cioè colui che meglio "interpreta" il kata.
Nel kumite invece lo scontro fra gli avversari è diretto, si procede in base ad un tabellone ad eliminazione diretta a sorteggio e con ripescaggi.
La durata di un combattimento varia da un minuto e venti secondi a tre minuti effettivi a seconda della categoria (a cui si aggiungono eventuali tempi di recupero).
Le azioni dei combattimenti sono finalizzate a fare punti; si fanno punti portando tecniche valide su bersagli validi. Sono tecniche valide quelle di pugno, calcio (circolare, frontale o laterale) e proiezione, mentre i bersagli validi sono testa, viso, collo, nuca, petto, addome, fianchi, e schiena. A seconda del bersaglio colpito e della tecnica utilizzata possono essere assegnati 1, 2 o 3 punti. Sono previste ammonizioni per tecniche e comportamenti proibiti o per contatti eccessivi.
L'età per svolgere attività agonistica va dai 13 ai 35 anni. Esistono diverse categorie in base all'età, al peso (per il kumite) e al grado di cintura.
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| [14] KARATE - FONDAMENTI TEORICI DELL'ALLENAMENTO |
Risposta:
Una definizione generale di "tecnica", nel karate come in altri sport, può essere quella di gesto motorio finalizzato al raggiungimento di un obiettivo, situazionale e non.
È opportuno premettere che quando si parla di allenamento nel karate, bisogna sempre distinguere l'allenamento del kata dall'allenamento del kumite, in quanto tecnicamente profondamente diversi tra loro.
Nel kata ci troviamo di fronte ad esercizi individuali, sempre uguali, che per essere appresi e memorizzati devono essere ripetuti diverse volte. Nel combattimento invece, il contesto cambia sempre, tempi e spazi non sono mai uguali.
Con riferimento al kata si parla allora di closed skills (o abilità chiuse), mentre con riferimento al kumite si parla di open skills (abilità aperte).
Per fare un rapido esempio si pensi ad un kata: può essere eseguito sia ad occhi aperti che ad occhi chiusi (cioè escludendo uno degli analizzatori del proprio sistema nervoso); escludere l'analizzatore visivo nel kumite, combattendo per esempio bendati, renderebbe invece impossibile il combattimento.
Il sistema nervoso possiede analizzatori che servono a raccogliere informazioni, questi di dividono in analizzatori di tipo esterocettivo e di tipo propriocettivo.
Gli analizzatori di tipo esterocettivo sono: acustico, tattile, visivo, quest'ultimo importantissimo per i giochi sportivi e gli sport da combattimento. Gli analizzatori di tipo propriocettivo invece sono: il sistema vestibolare (equilibrio) e il sistema cinestesico (fusi, organi tendinei dei golgi, propriocettori articolari).
Funzione degli analizzatori è quella di darci una rappresentazione totale del nostro sé dal punto di vista spaziale e temporale.
Quando gli analizzatori ricevono delle informazioni, il sistema nervoso li elabora e, se necessario, formula un programma d'azione di risposta. Quindi il sistema nervoso organizza il programma del movimento, invia gli stimoli per la sua esecuzione, lo controlla continuamente e lo sanziona alla fine.
L'apparato locomotore si muove perché gli vengono inviati una serie di comandi circa le azioni che devono essere compiute. La capacità di eseguire dei movimenti anche ad occhi chiusi si basa sulla memoria interna, nel caso del kata appunto, il corpo è già educato ad eseguire i movimenti e quindi li può realizzare anche escludendo l'analizzatore visivo.
Nel kumite invece questo non è possibile perché quando introduciamo una limitazione nelle abilità aperte (open skills), non possiamo più eseguire la prestazione; e se invece la introduciamo nelle abilità chiuse (closed skills), il movimento può essere comunque eseguito. Non a caso gli sport da combattimento sono inseriti nel gruppo degli sport situazionali.
Per definizione come abilità aperte (dove abilità sta per atto motorio, gesto), intendiamo abilità che è eseguita in ambiente variabile. La variabilità può essere data dal partner che fa attacchi, finte, spostamenti ecc; tutte le operazioni mentali devono allora essere talmente veloci da consentire risposte efficaci, tempestive ed adeguate.
Quando si allena un'abilità chiusa, come ad esempio un kata, è consigliabile esercitarsi bendati: l'esclusione dell'analizzatore esterocettivo favorisce la discriminazione propriocettiva e quindi affina maggiormente il movimento.
Per analizzare come opera il sistema nervoso lo si può suddividere in blocchi.
Nel primo blocco si trova l'attività degli analizzatori che consiste nella percezione e nell'analisi. Nel combattimento si percepisce e si analizza il movimento dell'avversario; dati scientifici confermano che il tempo fisiologico, non modificabile, che trascorre dalla visione alla ricezione dello stimolo, è di 50 millesimi di secondo.
Nel blocco successivo si ha l'interazione con la memoria: in questa fase lo stimolo viene confrontato con le relative informazioni presenti in memoria. Dopo di questo avvengono i processi decisionali.
Nella memoria a lungo termine sono immagazzinate le conoscenze specifiche apprese in allenamento o in gara. Queste conoscenze possono essere ben organizzate in mappe, consentendo una ricerca rapida, quasi automatizzata; oppure non organizzate, in maniera definita abitualmente "a macchia di leopardo".
Nel primo caso le vie utilizzate per la ricerca della risposta ad un dato stimolo sono razionali e rapide mentre nel secondo caso la ricerca risulta confusa poiché non esistono vie razionali e preferenziali per la ricerca della risposta.
Essendo le azioni estremamente veloci ed essendo il tempo di reazione semplice (cioè quello intercorrente tra l'elaborazione dell'informazione e la decisione) di circa 150-200 millesimi di secondo, la razionale organizzazione della memoria è fondamentale in quanto circa la metà del tempo di reazione complessivo è impiegato per scegliere la risposta opportuna.
Bisogna poi decidere cosa fare dello stimolo in arrivo: è il blocco della cosiddetta "presa di decisione". Questo momento è importante perché rappresenta la capacità umana di darsi uno scopo ancor prima di iniziare ad operare per conseguirlo. La rappresentazione mentale è allora il futuro necessario, la capacità di prevedere ciò che potrebbe accadere.
In questa fase, che si chiama appunto della "pre-azione", prima ancora di iniziare a muoversi sono svolte queste operazioni. È quel tempo che passa dal momento in cui si è percepito lo stimolo al momento in cui incomincia il movimento di risposta. Questo tempo deve essere il più breve possibile, pena l'inadeguatezza delle risposte rispetto allo scopo che ci si è prefissati.
A differenza della fase percezione-analisi, il tempo della fase elaborazione-decisione è un tempo sul quale si può intervenire e quindi deve essere reso il più breve possibile. Per fare questo, dobbiamo preliminarmente verificare come, all'interno della memoria dell'atleta, siano organizzate le cosiddette abilità tecnico-tattiche, in quanto, se all'interno della memoria c'è disordine nell'organizzazione delle abilità e quindi delle conoscenze, passerà molto tempo fra l'elaborazione e la decisione e di conseguenza sarà ritardato anche il tempo d'inizio dell'azione di risposta. Se poi nella memoria esistono addirittura lacune, non c'è possibilità di risposte efficaci in tempi utili.
Il punto centrale del discorso è quindi l'organizzazione della conoscenza nella memoria. Quando si parla di "memoria" nello sport, ci si riferisce alla caratteristica di riconoscere un gesto: si tratta allora della "memoria visiva".
Il gesto deve però essere riconosciuto appena nasce e bisogna capire immediatamente di che cosa si tratta in modo da rispondere in tempo utile.
La memoria visiva risolve la prima parte del problema, poi bisogna operare concretamente, e saranno allora d'importanza fondamentale la memoria dell'analizzatore vestibolare, la capacità di utilizzare le informazioni relative a quella determinata azione, e la memoria cinestesica che regola le contrazioni muscolari.
Quindi, parlando di memoria, non parliamo di "tecnica pura", bensì di "tecnica inserita nel contesto situazionale". A questo punto perché l'azione di risposta sia efficace, non è sufficiente che risulti corretta la scelta della riposta, ma è necessaria anche la rapidità d'azione, condizionata dalla capacità condizionale (forza rapida) e dalla capacità intermedia (mobilità articolare).
Il "sistema di controllo" consente poi di verificare che, istante per istante, l'azione programmata e quella che si sta eseguendo, siano adeguate alla situazione. Nel far questo è anche possibile che l'azione venga modificata o interrotta qualora non risulti più adatta alla situazione concreta.
L'azione che si compie è di conseguenza legata alle proprie capacità di regolazione delle contrazioni, ampiezza di movimenti e velocità (propriocezione), le quali devono adattarsi alle informazioni relative allo spazio ed al tempo (esterocezione).
Ultimo blocco è infine quello del feed back.
La differenza tra open e closed skills sta nel fatto che nel primo caso il sistema nervoso deve rispondere adeguatamente ad uno stimolo, nel secondo caso invece si opera in assenza di stimolo.
Nell'evento open skill l'80-85 % dell'operazione trattata passa attraverso l'analizzatore visivo, quindi è di tipo esterocettivo mentre le restanti informazioni sono di tipo propriocettivo. Viceversa accade nell'evento closed skill.
Nel caso del kumite, un allenamento in prevalenza svolto in assenza di partner, creerà una buona memoria propriocettiva che però non sarà integrata coi parametri spazio-temporali dell'aspetto situazionale. Nel caso del kata invece, gli analizzatori cinestesico e vestibolare prevalgono notevolmente su quello visivo (esterocettivo).
Nelle closed skills non c'è nessuno stimolo in arrivo e si estrae direttamente dalla memoria l'informazione, rimangono comunque presenti la rappresentazione mentale, l'azione, il risultato, il sistema di controllo e il feed back.
Metodologie
Due sono le conseguenze metodologiche. Innanzitutto nel kumite si parla di lavoro a coppie per il 30-35% in contesto situazionale, dove tutte le operazioni neuropsichiche sono svolte correttamente e le operazioni biomeccaniche si attuano secondo le necessità.
In secondo luogo nel kata il lavoro a coppie ha poca utilità: nelle closed skills l'individuo deve affinare delle sensazioni propriocettive, le deve memorizzare e riprodurre con estrema precisione. Saranno necessari molto lavoro a vuoto e kata come esercizio specifico e di gara.
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| [15] Okinawan Shorin-Ryu Karate |
Risposta: Karate- , mentre lo capiamo oggi, è, per la maggior parte, il prodotto di una sintesi che ha avvenuto durante i secoli. Era in Okinawa che il karate ben formato ha prodotto. I vari metodi di boxing cinese mescolati con il sistema indigeno di self-defence di Okinawan conosciuto come Te, che significa la mano e con il perfezionamento costante tramite le generazioni dei professionisti grandi, karate classico sono stati sopportati
A causa della segretezza in cui Te ha dovuto esercitarsi in, là esiste nessuna prova per indicare tutte le classificazioni nette di vari stili e tipi di karate durante i relativi anni formativi nel diciottesimo secolo. Gradualmente, tuttavia, il karate è stato diviso in due gruppi o tipi principali: Shorin-Ryu e Shorei-Ryu. Le radici di quasi tutti gli stili moderni di karate vanno di nuovo a questi due stili originali. Anche se Shorin-Ryu è ben noto nell'Estremo-Oriente e negli Stati Uniti, è virtualmente sconosciuto in Europa.
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| [16] La filosofia di Karate- |
Risposta: La filosofia di karate- è la funzione più importante di addestramento perché è l'addestramento dello spirito. Tradizionalmente, quando gli allievi dell'arte in primo luogo entrano in un dojo, imparano l'uguaglianza. Tutti devono cominciare alla parte inferiore e funzionare il loro senso in su. Successivamente, senza riguardo alle loro differenze come individui e lo stile particolare di karate, imparano le più alte virtù, quelle di rispetto, la pietà, ringraziamento e honour. Il karate è un percorso da cui si impara humbly le sue debolezze ed è da queste virtù che le debolezze sono trasformate nelle resistenze. Lo spirito di karate è esemplificato dal Dojo Kun.
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| [17] Il Karate e i Bambini |
Risposta: I genitori non devono preoccuparsi perché la pratica del karate non è pericolosa per i bambini (assai meno di altri sport molto popolari fra i giovani). Durante gli allenamenti i bambini devono innanzitutto eseguire molta ginnastica per irrobustirsi. Infatti essi diventano più agili, e trovano il giusto equilibrio psichico: alcuni, nell'esercizio, scaricano la loro aggressività mentre i più timidi diventano più decisi. Gradualmente vengono loro insegnate le tecniche fondamentali di parata e di attacco (khion) sotto forma di gioco. Si passa quindi ai kata (esercizi di stile costituiti da una serie preordinata di tecniche che vengono eseguite contro avversari immaginari) ed al kumite ossia al combattimento fondamentale, controllato, in cui le possibilità di incidente sono praticamente nulla. Ogni anno i bambini possono partecipare a gare della categoria "speranze" quali i Campionati Italiani, Campionati Regionali, campionati Sociali.
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| [18] a che età possono iniziare i bambini? |
Risposta: Si può iniziare la pratica del karate a qualunque età. Dai sei a settant'anni ogni momento è buono. La pratica di questa disciplina può infatti recare beneficio a tutti senza distinzione di età e di sesso. I bambini e i ragazzi diventano più agili, robusti e trovano il giusto equilibrio psichico: alcuni, nell'esercizio scaricano la loro aggressività mentre i timidi diventano più decisi. |
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| [19] Breve storia di Okinawa, patria del karate |
Risposta: Tracciare con precisione le origini del karate è abbastanza complesso in quanto la tecnica che oggi conosciamo è frutto di contaminazioni successive e ulteriori scremature operate dai primi maestri che diedero al karate la sua prima veste ufficiale.
Per prima cosa ricordiamo che il nome "karate" è la definizione recente di un'arte che anticamente era conosciuta come "te" (mano) o "to de" (mano della Cina). L'ideogramma "to", che significa "Cina", si può pronunciare anche "kara", che significa "vuoto". Nel XX secolo si decise di togliere l'ultimo residuo di derivazione cinese da quest'arte, che oramai aveva assunto carattere proprio, cambiandone il nome in "karate" (mano vuota), identificandone così anche la sua caratteristica fondamentale cioè l'uso delle sole mani e piedi nudi.
La partia di origine del karate è Okinawa, un arcipelago di isole a sud del Giappone, il cui nome ne identifica anche la dislocazione, infatti Okinawa in giapponese significa "pezzi di corda di paglia che galleggiano sull'oceano". Fino al secolo XIII, Okinawa era solo un insieme di tribù, spesso in conflitto tra loro, che aveva col Giappone scambi commerciali, ma nessun legame politico.
E' nel secolo XIV che, con l'organizzazione di Okinawa in una federazione di 3 grandi comunità tribali ("sanzan jidai": periodo delle tre montagne), l'arcipelago assume una primigenia forma di "stato" politicamente organizzato. Da questo momento, Okinawa allaccia rapporti di vassallaggio con il vicino impero cinese, donde giungeranno, assieme alla cultura e ai manufatti, i primi elementi di un'arte marziale codificata. Da quest'epoca, l'arcipelago verrà ribattezzato dai cinesi "Ryukyu", nome che terrà fino agli anni '80 quando riprenderà il suo nome originale.
A partire dal 1372 fino al 1866 è l'Imperatore della Cina a conferire il titolo ai re di Ryukyu e a tale scopo invia, in occasione di ogni incoronazione, un'ambasceria composta da 500 persone tra funzionari civili e militari, che permane sull'isola principale un anno circa. Questa delegazione ha avuto un ruolo fondamentale nella trasmissione delle arti di combattimento.
Nel VX secolo Sho Ashi, avendo annientato gli altri due capi tribù stabilì il primo stato unificato di Okinawa. La dinastia denominata il "clan di Sho" si perpetuò per diciannove generazioni fino al XIX secolo. La capitale di Okinawa fu situata nel castello di Shuri, appositamente costruito nel 1509. Nello stesso anno, il re disarmò la popolazione radunando tutte le armi nel castello in modo da evitare possibili insurrezioni, non già da parte della popolazione che poco aveva a che fare con la pratica militare e marziale, ma piuttosto da parte dei signori locali detti "aji" che governavano le varie province con una certa autonomia. L'insegnamento delle arti di combattimento è riservato quasi esclusivamente agli "aji" e la piccola parte della popolazione che ne viene in contatto lo deve fare in segreto, lontano dagli occhi dei signori che potrebbero temere dei sudditi addestrati nelle arti di combattimento.
La tecnica proveniente dalla Cina si fonde con elementi marziali già presenti in Okinawa dando così origine a varie correnti marziali, ciascuna propria della famiglia che la praticava. In questo periodo l'arte marziale praticata in Okinawa prende il nome di "Okinawa te".
Nel 1609 la signoria giapponese dei Satsuma invade le Ryukyu e vi impone agilmente il proprio dominio; la resistenza infatti è minima (i Satsuma perdono in tutto 57 elementi contro i 531 morti tra gli indigeni) poiché vigeva ancora il disarmo e le arti di combattimento erano conosciute, come si diceva, dai nobili e da poca parte della popolazione. La signoria dei Satsuma manterrà il disarmo, ma non impedirà i rapporti con la Cina, quindi da quest'epoca fino al XIX secolo Okinawa vivrà sotto una doppia dominazione. In questi tre secoli infatti alla pratica marziale di origine prettamente cinese si fonderanno tutti gli elementi propri delle arti marziali giapponesi che vennero divulgati dai signori e dai samurai lasciati a presidiare l'isola.
E' in questo periodo che iniziano a delinearsi le tre "scuole" fondamentali di Okinawa-te che prendono il nome dalle città ove venivano praticate e cioè: Shuri-te (dalla città di Shuri), Naha-te (dalla città di Naha) e Tomari-te (dalla città di Tomari). Queste tre correnti possono essere definite "stili" in quanto ognuno di essi assume caratteristiche proprie derivanti da vari fattori quali il luogo di pratica, la tipologia psicofisica degli abitanti e dalle esigenze di difesa degli stessi.
Non esiste tuttavia ancora un insegnamento "codificato"; ogni maestro insegna ciò che lui stesso ha sperimentato e ciò che trova naturalmente efficace, tralasciando quanto non si dimostra apparentemente utile ai propri scopi, che, come abbiamo detto, cambiavano da luogo a luogo e da persona a persona.
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